Un giorno ne rideremo



I giorni da cani sono finiti, ma quelli da umani sono ancora peggio.



Ho scoperto ben presto che le meraviglie della via adulta si limitano al poter montare sulle giostre pericolose di Gardaland e allo scegliersi la cena ogni sera, cosa che comunque a lungo andare diventa solo un disagio in più. In questi giorni sono particolarmente infastidito dalle conseguenze dell'adultità, no, cioè, dell'adult, boh, dell'adultezz, no, dell'adulterio, no no no, dell'età adulta, una fase così pregna di impegni e responsabilità che non credo di poter superare a meno di non trovare l'energia giusta. 

Nel frattempo, sono alla ricerca di una sostanza che sia più forte del caffè ma meno della cocaina.

Nonostante il mio imperante ottimismo, sono anche conscio che un giorno, di tutto questo casino giovanile, ne riderò. Un giorno ne rideremo. Già mi diverte il pensiero che l'ultima volta che ho sentito questa frase non ero nemmeno in Europa. Mi trovavo in una strada di Harlem, che fino a due decenni fa era considerato uno dei quartieri di Manhattan col più alto tasso di criminalità, invece oggi la mappina della polizia di New York lo ritiene abbastanza sicuro, e svariate guide lo descrivono come il quartiere dei neri e dei gay e dei neri gay. Prima di partire, io e Annalisa eravamo felici di immaginare strade pullulanti di energumeni di colore sculettare fischiettando pezzi gospel, idea che si è rivelata falsa una volta messo piede nel nostro appartamentino di Airbnb. «Un giorno ne rideremo» mi ha detto Anni un pomeriggio.

Annalisa è una ragazza meravigliosa, una scrittrice con le controovaie e un'amica che condivide con me la caratteristica di vivere in una quasi perenne condizione di ansia, ma sopratutto è colei che menziono sempre quando devo difendere i torinesi dall'accusa di essere falsi cortesi. 

Esempio: una settimana fa, più o meno. La cricca del Bla Bla Car per Lucca era così formata: alla guida, Claudio da Trento, geometra cinquantunenne a cui si illuminano gli occhi quando parla della sua vecchia Volvo; Paola, spezzina con accento milanese, dagli anni indefinibile e la parlantina instancabile, che si presenta dicendo che lavora nel cinema e poi viene fuori che fa la ragioniera per conto di un cinema; Ivan, da Agrigento, 31 anni, avvocato civilista fallimentare e non fallito, oppresso dai sensi di colpa per il lavoro che va a gonfie vele.



È Paola a tirare fuori l'argomento "autoctoni torinesi". Dice che a Torino sono tutti così, che le sue colleghe non la invitano a uscire, che i torinesi sono freddi, chiusi e hanno uno spazio che non puoi invadere.
Di questi discorsi ormai sono stufo, anche perché sono convinto che se vivessimo senza chiederci da dove veniamo, quale Dio preghiamo e qual è il sesso della persona che amiamo, la nostra mente avrebbe il tempo di formarsi un'idea dell'altro indipendente dal pregiudizio che nutriamo per la categoria a cui appartiene.

«Non so, Paola, forse tu sei stata sfortunata. Io ho degli amici di Torino, e non sono per niente freddi come tu dici. Per esempio, la mia amica Annalisa...» e inizio a parlare di lei.

Mi ricordo di quel giorno a New York. Era freddissimo, l'inverno era proseguito per tutto Marzo, anche se qualche giorno dopo la neve si sarebbe definitivamente sciolta. Ma in quel momento avevo proprio bisogno del mio cappotto color verde criptocomunista, perché saremmo presto usciti per recarci a un reading della Columbia University, un evento che ci inquietava non poco perché a leggere avremmo dovuto essere noi. La cerniera del mio giaccone da compagno decide di incepparsi proprio un'ora prima. Ora, vorrei davvero provare a comunicarvi l'assoluta drammaticità del momento, gli attimi bui che ho vissuto intrappolato in quel cappotto, i vani tentativi di sfilare la cerniera, le posizioni assunte per cercare di estrarmi l'indumento per poi poterci lavorare senza averlo addosso, e tutto questo mentre l'ora del reading si avvicinava; vorrei riuscire a descrivervi quel genere di ansia, ma so che le parole non possono trasferire un'emozione così terribile

Dopo circa mezz'ora, non so come ma siamo riusciti a liberarmi. «Un giorno ne rideremo» abbiamo detto, già quasi dimentichi della disavventura che si era appena conclusa. In mente, un'ansia nuova.




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